Donald Trump torna a far parlare di sé con un’idea che sembra uscita direttamente dal suo manuale politico: la costruzione di un Arco di Trionfo a Washington, dichiaratamente “più grande e più imponente” di quello di Parigi. Un progetto che va ben oltre l’architettura e si inserisce perfettamente nella sua visione della politica come spettacolo permanente.

Secondo quanto dichiarato dallo stesso Trump, l’opera dovrebbe celebrare la “grandezza americana” e i successi del Paese, affidando la supervisione del progetto a figure di sua fiducia. Non è la prima volta che l’ex presidente utilizza simboli monumentali per rafforzare una narrazione nazionalista e identitaria. L’arco diventa così uno strumento di comunicazione, più che un semplice elemento urbano.

Le reazioni non si sono fatte attendere. Critici e analisti sottolineano come l’idea richiami modelli di propaganda tipici di altre epoche, dove il potere si legittimava attraverso l’imponenza visiva. Altri, invece, leggono la proposta come una mossa strategica in vista del futuro politico di Trump, capace di catalizzare consenso e attenzione mediatica.

Washington, città fortemente simbolica, non è nuova a monumenti celebrativi. Ma l’Arco di Trionfo trumpiano si distingue per l’intento dichiarato di superare un’icona europea, trasformando il confronto culturale in competizione muscolare. È una dichiarazione di stile prima ancora che di politica.

Ancora una volta, Trump dimostra di saper dominare l’agenda pubblica con idee divisive, semplici da comunicare e cariche di significato emotivo. Che il progetto si realizzi o resti solo una provocazione, l’obiettivo è già stato raggiunto: riportare il suo nome al centro del racconto globale.

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