Andrea Sempio, è ufficiale (per la difesa): il DNA su Chiara Poggi non appartiene a lui
Il caso di Chiara Poggi torna ad essere una ferita aperta nella cronaca nera italiana, e al centro dell’attenzione mediatica nelle ultime settimane c’è di nuovo Andrea Sempio, il 37enne finito nel tritacarne giudiziario e mediatico in seguito alla riapertura delle indagini, diciotto anni dopo l’omicidio. Quello che sembrava un cold case dimenticato, ora è tornato sotto i riflettori con nuovi elementi che fanno tremare certezze e infuocano dibattiti tra chi crede nella sua innocenza e chi, invece, vede in lui un sospetto a cui non si può più voltare le spalle.
Il 18 dicembre 2025 è la data che tutti aspettano: quella dell’incidente probatorio in cui la perita super partes Denise Albani illustrerà al giudice e ai legali delle parti le conclusioni scientifiche sulla perizia depositata qualche giorno fa. Un’accelerazione legale che sta alzando la polveriera delle polemiche giudiziarie. Secondo la difesa, guidata dagli avvocati Liborio Cataliotti e Angela Taccia, la relazione non sarebbe “prova regina” ma un documento che, anzi, giuridicamente vale zero in termini di indizi probatori. O, come l’ha definita la difesa, “non è una pistola fumante ma una pistola d’acqua”.
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Sta di fatto che il caso di Garlasco è tornato a far parlare tutti, non solo per il profilo di Sempio come indagato — memore di uno sviluppo giudiziario complicato già negli anni Duemila — ma anche per le nuove ipotesi mai considerate prima sulla dinamica dell’omicidio. Una delle più suggestive riguarda le macchie di sangue rinvenute sul telefono fisso nella villetta: secondo una ricostruzione delle tracce, la sequenza dei fatti potrebbe essere diversa da quanto emerso in precedenti perizie. In base a questa nuova ipotesi, Chiara Poggi, ferita, avrebbe tenuto in mano la cornetta mentre cercava aiuto, cambiando la prospettiva classica della dinamica della morte.
La difesa di Sempio, intanto, ha deciso di puntare tutto su due relazioni distinte: una che risponde alle questioni biologiche legate al DNA individuato sulle unghie della vittima — ritenuto compatibile con quello della sua famiglia — e un’altra che ribatte punto per punto alle osservazioni della perita. C’è una strategia chiara: sostenere l’ipotesi che il DNA, di per sé, non possa tramutarsi in prova circostanziata e che quelle tracce possano essere state depositate in altre condizioni non legate al delitto. Secondo i consulenti della difesa, il risultato genetico non supera i rigorosi criteri di scientificità e non dimostra né la presenza sulla scena del crimine né una colluttazione.
Un altro elemento che sta facendo discutere è quello dello scontrino del parcheggio di Vigevano: presentato tempo fa da Sempio come prova che si trovasse a una certa ora in quel luogo, per la difesa è compatibile con i suoi spostamenti, ma viene liquidato dai legali come non decisivo. In un passaggio ad un talk show televisivo dedicato al caso, l’avvocato Taccia ha sottolineato che, finché non si colloca in modo inequivocabile Sempio sulla scena del crimine, nulla di ciò che lo circonda ha un reale peso accusatorio.
Dal punto di vista pubblico, la vicenda di Sempio è diventata una sorta di specchio della giustizia italiana, che alterna tecnicismo processuale e emozione sociale. Da più parti, dalle colonne di giornali nazionali fino ai salotti televisivi, imperversano dibattiti sul valore delle prove scientifiche e su quanto, dopo oltre un decennio, sia possibile avere risposte certe. Secondo alcuni criminologi, è un classico esempio di come la scienza forense moderna possa riscrivere dinamiche passate, ma secondo altri è un pericolo, perché si rischia di creare giustizia “virtuale” basata su indizi poco solidi.






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